Controfigure, di Agostinelli

“CONTROFIGURE DI PICCOLE COSE”, DI

FRANCESCA AGOSTINELLI

Recensione della mostra “ Controfigure”, settimanale “Il Friuli”, 19 marzo 2004

Stefano Tubaro raccontava fotograficamente le architetture dimesse, i luoghi abbandonati. Colti in situazione notturna e illuminati artificiosamente, a generare cromie nette e ben definite, utili a spostare dal piano del reale al piano onirico una verità oggettuale e contestuale. Negli inediti paesaggi che si venivano a creare l’inserimento vitale della luce e del colore concorreva a una percezione dal sapore digitale, ottenuta al contrario con l’uso di antiche tecniche portate con virtuosa ed estrema trattazione a livello sperimentale, inusuale, contemporaneo. Era il 2000; quattro anni di silenzio separano i nuovi conseguimenti dell’artista dai risultati di allora. E nuove opere abitano le pareti dell’Artestudio Clocchiatti, in una personale presentata da Italo Zannier, che nel saggio in catalogo dà voce alla fotografia di Stefano Tubaro inserendo i suoi lavori con efficacia nel contesto problematico della fotografia contemporanea. “Controfigure” titola l’esposizione, incentrata sulla restituzione di oggetti comuni, semplici “cose”, che nell’artificio della rappresentazione perdono la natura silenziosa che è loro propria, per imporsi con nuovi esaltanti e “scenografici” effetti. Da controfigure, appunto. La proposta espositiva prende avvio da un’opera-chiave che offre collegamento tra quanto dall’artista superato nei precedenti lavori e quanto viene aperto alla nuova creatività. Si tratta di una foto d’interno. Ancora una volta un luogo abbandonato, dimesso, che tuttavia per il fotografo assume un valore particolare perché, come solo velatamente si legge nell’immagine, era lo studio pittorico del padre, Renzo Tubaro. Nell’opera lo spazio viene ripreso con taglio preciso, che include la silhouette del fotografo e che contempla nella sua epifania una molteplicità di cromie in cui anche le ombre fanno propria la forza del colore che, come sempre, s’impone quale dato percettivo primario. E dallo studio del padre pittore emergono le “piccole cose” un tempo utili al lavoro del pennello. Uova, conchiglie, candele, – che sappiamo presenze ricorrenti nelle tele di Renzo Tubaro – vengono dal figlio recuperate per divenire soggetti di una nuova ricerca che coniuga nel fare due generazioni. E in Stefano coniuga il sapere fotografico con una indagine di nuovo sapore personale ed affettivo. Parimenti a nature morte, a sottolineare come per Tubaro modernità sia l’accesso al mondo del reale, le opere indagano il fenomeno che si offre di volta in volta attraverso un solo elemento, colto dall’artista atttraverso esposizioni multiple e restituito nella pluralità di punti di vista composti seguendo valori classici.

Le “controfigure” esasperano le convenzioni rappresentative: forme, plasticità, dimensioni vengono forzate, come pure la trattazione prospettica allusiva, in alcuni casi, a valori spaziali non più governabili sensorialmente. E queste nature morte dal sapore tecnologico posano su piani la cui matericità è il dato di connessione all’esperienza reale, mentre l’oggettualità straordinaria dei prelievi indagati trasporta l’osservatore in una dimensione straniante, in cui il valore iconico diviene assoluto. Ma è forse l’uso di cromie esasperate a caratterizzare la personale in via San Francesco. Ove ciascuna opera vive grazie a una molteplicità di esposizioni, ciascuna capace di fare del colore nuovo artificio, innestando in immagini assolutamente fotografiche alcuni codici di lettura propri di altri ambiti. Come la pittura in primis, quindi l’illustrazione, la grafica. Per creare in definitiva un immaginario estetico che, come sottolinea Italo Zannier nel testo critico, conduce Stefano Tubaro a sottrarsi all’antica idea di fotografia testimoniante, scegliendo coraggiosamente un percorso più attuale, nell’intuizione che la fotografia sia in linea con le altre forme espressive figurative, nella certezza che “l’immagine è immagine e basta”.

Francesca Agostinelli

2004