ANGELA MADESANI, “ABITARE LA LUCE”

ANGELA MADESANI

Testo nel catalogo della mostra personale “Abitare la luce”, Sala esposizioni, Villa Manin, Passariano di Codroipo, 2024

Sino dagli inizi della storia della fotografia l’architettura, lo spazio, il cosiddetto paesaggio sono protagonisti delle immagini. Oltre alla volontà di documentarli, la scelta era legata anche a una questione di tempi di posa, che con questo tipo di soggetti erano liberi e potevano essere lunghi quanto di necessità.

Stefano Tubaro nei suoi lavori sull’architettura, proposti nella mostra a Villa Manin di Passariano, realizzati in tre momenti diversi del suo percorso, Contrattempi (1997-2002 con un’appendice del 2015), Contrazioni (2010-2016) e Stanze fotogeniche (2019-2024), ha inserito forzatamente la luce così da creare una situazione altra in cui staticità e movimento sono in diretto confronto.

Soggetti della prima serie sono architetture abbandonate nel territorio friulano e veneto del nord, in cui la memoria dei luoghi è determinante. Ognuno di questi edifici porta con sé storie di vita, di lavoro, di varia umanità: filande, costruzioni rurali, legate al mondo della produzione artigianale. Un mondo che piano piano si cancella. Sono quanto rimane di una storia ormai agli sgoccioli, la metafora del mutamento epocale. La fotografia è registrazione, è testimonianza. Con Milano Ritratti di fabbriche, Gabriele Basilico ha raccontato una città che dal mondo fordista stava avviandosi verso il terziario degli anni Ottanta. Qui mutatis mutandis ci troviamo in una situazione simile. Quella di Tubaro è una riflessione di matrice sociale, di un paesaggio che nel corso del tempo è stato stravolto dal troppo, dalle fabbricone e dalle fabbrichette, dai capannoni orribili che percorrono come un lungo nastro l’Italia dal nordest al nordovest, la tratta corrispondente all’A4, l’autostrada Trieste-Torino. Capannoni che oggi, in alcuni casi, sono occupati dalla logistica delle merci in una società, la nostra, in cui la vendita è ben più importante della produzione, che viene fatta in altri mondi totalmente privi di regole riguardanti il lavoro, in altri sono scheletri annacquati che rivelano in primis la povertà progettuale che li ha creati.

Un troppo che negli ultimi quarant’anni è stato abbandonato, rifiutato. Per sottolineare tutto questo l’artista ha utilizzato luci aggressive, per certi versi fastidiose, acide, in aperto contrasto con i colori smorzati dell’architettura, in modo da evidenziarne il disegno.

In alcune foto appaiono delle silhouettes: non si tratta di richiami alla vita che c’è stata, come si potrebbe pensare in un primo momento. Si tratta, piuttosto, della presenza del fotografo, l’unica traccia umana presente nei lavori qui pubblicati, che ha lavorato con torce portatili, flash e luce proiettata. Sono fotografie realizzate in analogico, con diversi tempi di posa, e qui si ritorna al discorso iniziale, relativo all’origine del medium.

Tubaro abbandona la fotocamera, che rimane in posa e intanto si sposta. Il risultato finale non è sempre controllabile, nel caso del lampo è una frazione di secondo, nel caso della luce estesa, come fosse una pennellata, il tempo è più lungo.

In tal senso va letta anche la scelta del titolo, il contrattempo è anche un imprevisto, è un momento interrogativo, non prevedibile. Così si va nella direzione opposta a un tempo che ha lasciato il suo forte segno sulle strutture documentate.

Le atmosfere che si vengono a creare, per essere a pieno comprese, richiedono la partecipazione attiva di chi guarda, che è chiamato a dare una propria lettura. L’artista, appassionato di tecnica e storia della fotografia, racconta: «Siamo nell’ambito delle talbotipie, delle schadografie, mi pare di riconoscere il gioco di luce che ho visto in certi lavori sperimentali di Luigi Veronesi. La fotografia mi ha permesso di accumulare i singoli stimoli luminosi, cromatici, in un’unica immagine. Un video sarebbe stato lungo circa mezz’ora e si sarebbe visto del nero inframmezzato da lampi di colore»(1). È come se la sua fotografia riuscisse a divenire una sorta di riassunto della dimensione spazio-temporale.

Il debito nei confronti del Bauhaus è evidente e dichiarato: «Alcuni anni fa mi è capitata la fortunata occasione di dormire nella palazzina di Gropius a Dessau, quella con i terrazzini di metallo, dove non ci sono le tapparelle. Ho lasciato aperta la tenda e dai lampioni della strada arrivavano sul soffitto le forme. Quando passavano le auto si creava un gioco di luci degno dei film sperimentali degli anni Venti. Per me è stata un’esperienza emozionante, è come se avessi rivissuto quei particolari momenti» (2).

Dimensione portante delle prime due serie di opere qui proposte è quella del colore in mezzo al quale Stefano è cresciuto nell’atelier del padre Renzo, pittore, protagonista della scena friulana nella seconda parte del ‘900: «Quando realizzo i miei lavori mi rendo conto di essere stato, anche se indirettamente, condizionato dalle tavolozze piene di pigmenti, di terre, di colori che vedevo nello studio di mio padre da bambino e da ragazzo. Ho cercato di abbinare sostanzialmente all’interno delle immagini i complementari che convivono forzatamente. Ho fatto queste foto di notte e ho realizzato l’illuminazione con i flash, al momento del lampo sentivo un fortissimo abbaglio e avevo le pupille dilatate, rimanevo come stordito. Si tratta di una sensazione molto particolare, perché si sentiva proprio questo flusso luminoso che inondava uno spazio tetro, una sorta di abbraccio luminoso» (3).

Un abbraccio di luce che potremmo considerare simbolico, anche in riferimento alla storia dell’arte, alla presenza dell’oro, della luce come bellezza così l’Abate Suger, in contrasto con San Bernardo, a noi noto grazie al magistrale saggio di Erwin Panofsky. Epifanie luminose della durata di un attimo, veloci ma profonde suggestioni, che si fanno strada nella nostra vita.

Otto anni dopo Contrattempi, Tubaro inizia a lavorare a Contrazioni, una ricerca in digitale che gli permette di operare maggiormente sull’immagine. Sono foto di interni. Il titolo richiama tensioni, un’azione contraria a quella del tempo che ha deteriorato il soggetto perché una contrazione crea un forte spasmo, una scossa, un fastidio. La scelta del titolo è in relazione al suo lavoro precedente. In taluni casi ha sovrapposto più immagini creando particolari giochi spaziali e luminosi. L’uomo è fisicamente assente, ma la sua presenza è ovunque. Sono comunque paesaggi antropizzati come lo sono quelli di Contrattempi. È l’uomo il motore di quanto vediamo, almeno da un punto di vista della progettualità.  Sono luoghi di vario tipo, l’artista ha cercato di sottolineare la differenza tra le varie strutture: caserme, ospedali psichiatrici, ospedali, piccole aziende, ex industrie, ma anche abitazioni residenziali e rurali. È una sorta di mappatura di luoghi.

Il tempo è sospeso e i diversi spazi sono popolati da un passato per certi versi inquietante. Trame narrative senza inizio né fine sono solo accennate: mobili distrutti, scaffalature vuote, porte rotte, dove la luce sembra disegnare delle forme. Un altro elemento determinante della ricerca di Tubaro è l’attrazione verso la bellezza della forma che emerge evidente nel lavoro più recente, Stanze fotogeniche. Una forma che ha anch’essa origine nella fotografia della prima parte del ‘900, quella    straight photography, che trova in Edward Weston e nelle sue platinotipie uno degli esempi più raffinati e potenti. Stefano lo scopre dal vero a Venezia 79 la fotografia (4), dove una mostra, curata da Kathy Kelsey Foley, era dedicata al lavoro del grande americano.

Il catalogo della manifestazione, nel corso degli anni, passa per le sue mani centinaia di volte, si tratta di continue scoperte. Come nello stesso anno, il 1979, determinante è l’esperienza che fa, attraverso il suo insegnante, Riccardo Toffoletti (5), che chiama alcuni suoi studenti ad aiutarlo ad allestire la mostra di Tina Modotti, che proprio da Weston era stata educata al linguaggio fotografico. Un’occasione straordinaria in cui ha la fortuna di avere per le mani le immagini originali della conterranea Tina, ex-operaia di filanda- e qui ritorniamo alle fabbriche- che diventa una delle più misteriose e affascinanti personalità della cultura e della storia del ‘900.

I personaggi che più lo attirano sono gli sperimentatori, Giovanni Chiaramonte grande fotografo di luce, ma anche conoscitore profondo del sublime Andréj Tarkóvskij, che era riuscito con il suo cinema a rendere l’assoluto poetico della luce. Ma anche i toni alti di Giuseppe Cavalli, l’utilizzo linguistico di Paolo Gioli, di Nino Migliori, i chimigrammi di Paolo Monti.

Le stanze fotogeniche sono il suo lavoro più recente, in cui Tubaro ha costruito dei set che poi ha fotografato. Un lavoro al quale è arrivato attraverso i riferimenti linguistici del suo percorso, in particolare quello iniziato negli anni dell’analogico, con la parte più sostanziale e fisica della fotografia. La partenza è quella già citata, che ha un evidente riferimento alla talbotipia e a quanto è avvenuto in seguito a essa su questo percorso: «Ho raccolto degli oggetti della fotografia analogica e li ho sistemati sulla carta fotosensibile come facevano gli artisti del Bauhaus. Sul fondo si vedono delle grandi figure geometriche. In questo modo sono riuscito a costruire uno spazio mentale» (6). Grandi fotogrammi analogici che poi utilizza in rapporto 1:1 con il digitale. Sono come delle grafiche di texture che danno vita a uno spazio fatto di pareti, di pavimenti. Il suo non è un interesse celebrativo nei confronti dell’analogico quanto piuttosto una curiosità nei confronti della sperimentazione del linguaggio, che utilizza nella maniera che gli pare più appropriata. Certo l’aggettivo “fotogenico” rimanda a molte cose, in primis ai quei disegni fotogenici che precedono la fotografia vera e propria, ma anche alla modalità processuale di questi lavori che hanno richiesto dei progetti, dei bozzetti grafici, che sono serviti a costruire le strutture non virtuali. Qui il concetto di fotogenico, a detta dell’artista, è legato alla piacevolezza del vedere, alla bellezza dell’incanto fotografico. Il richiamo è a Il sistema degli oggetti di Jean Baudrillard agli oggetti/segni, che «nella loro idealità si equivalgono e possono moltiplicarsi all’infinito», ma anche al concetto di horror pleni teorizzato da Gillo Dorfles con un chiaro riferimento al troppo, in primis iconografico, del tempo in cui ci è dato vivere. Il suo è un tentativo di svuotare, di togliere e di lasciare una libertà di interpretazione a chi guarda, ma anche una possibilità di riflessione ulteriore rispetto all’opera.

Ci troviamo di fronte a tre ricerche che potrebbero essere lette anche da un punto di vista esistenziale, che dalla dimensione esterna dei Contrattempi ci conduce a quella interna, più spoglia, più forte, più fisica delle Contrazioni, per giungere all’intimità de Le stanze fotogeniche, che nascono in un momento di perdita, di solitudine in cui la memoria individuale diviene collettiva e viceversa.

Angela Madesani

2024

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Note:

1/ S.Tubaro in conversazione con chi scrive, dicembre 2023.

2/ Idem.

3/ Idem.

4/ Venezia 79 la fotografia è stata una manifestazione di grande portata con il patrocinio dell’Unesco, del Comune di Venezia e dell’International Center of Photography, una manifestazione che ha avuto luogo dal 16 giugno al 16 settembre 1979 in tutta la città con ventisei mostre, quarantasei workshop e un nutrito programma di seminari e convegni.

5/ A Riccardo Toffoletti (Tarcento, 1936-Udine, 2011) si deve la riscoperta del lavoro e della figura di Tina Modotti e la fondazione del comitato a lei dedicato.

6/ S.Tubaro in conversazione con chi scrive, dicembre 2023.